giovedì 20 maggio 2010

Potrebbe sfiorare il cielo se solo volesse.

L. era un individuo strano. Di quelli da studiare al microscopio. Forse era perché non gl’avevo mai letto quegl’occhi lucidi. Quelle mani grandi. Che poi non avrei voluto altro. Sì, era davvero affascinante, L. Quanto avrebbe voluto toccare il cielo con un dito solo lui lo sapeva davvero. Di una cosa ero certa, non sarebbe mai stato come Rep. Non aveva sicuramente tante donne intorno pronte a far pazzie per lui e la vita non era sesso alcol e Città Immobile. Oddio, ora che ci penso era proprio così, tranne che per le donne e il sesso, e la città si chiamava diversamente. Solo che invece d’uccidere l’amore L. aveva uno strano modo d’uccidere la vita. A volte avrei voluto prenderlo dalle spalle e scuoterlo per svegliarlo dal suo stato di catalessi. Era vivo ma non lo era. Vegetava appena, come insinuava Byron di tutti quelli che vivevano senz’amore. Un poeta distrutto, reduce di guerra, solo che a differenza di Primo Levi, L. combatteva una guerra diversa, interiore, e non era ancora stato trovato morto sulle scale davanti casa sua. Era l’altra metà della vita, quella parte che molti evitano di vedere fino alla fine. Bukowski l’avrebbe chiamato genio poiché lui stesso affermava che genio è l’uomo capace di dire cose profonde in modo semplice. Infondo non avevano poi un sorriso diverso, i due. Quel sorriso che amavo tanto. E avrei desiderato vederlo sempre stampato su quel viso. Ed il cielo sarebbe stato più blu, ed anche più semplice da sfiorare.

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